La musica del silenzio Intervista a padre Yeghiche Elias Janji

Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo, da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì Elia si coprì il volto con il mantello. Uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco venne a lui una voce che gli diceva: che cosa fai qui Elia? (1Re 19,11-13)

 

Avola, qualche tempo fa.

Il telefono squilla ed ho il cuore in gola.

Sto per parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo. E non una parte qualsiasi: la Siria, il suo cuore Aleppo.

Seduta come tante altre volte sulla poltroncina della mia stanza sto per ricevere le parole tra le più emozionanti della mia vita, avverto già che sarà una conversazione come se ne fanno poche, una di quelle che ti cambia nel profondo.

La voce di Elias è calma, pacata. Il contrario di quello che mi sarei aspettata: immaginavo respiri corti e agitazione, forse un po’ di fretta, forse un po’ di paura sullo sfondo: invece ero davanti al tempo che sanno concederti i testimoni veri.

Ci presentiamo, gli spiego perché quella sera ci troviamo a parlare.

E da lì tutto comincia.

Una delle prime cose che ci tiene a dirmi è che la Siria è divisa più o meno in due zone: ‹‹C’è la zona controllata dal governo siriano, dove vivono tutti i cristiani, e quella dei ribelli in cui il cristianesimo praticamente non esiste. Il giornalismo europeo si esprime contro il governo ma i cristiani non lo vivono negativamente. Il regime non uccide, non lancia bombe. Quella›› mi dice, ‹‹è la parte dei jihadisti e dell’ISIS. C’è molta strumentalizzazione delle notizie quindi››.

Dopo questa interessante premessa ci tengo che si racconti un po’, che parli della sua storia personale.

‹‹Ho origini armene›› mi dice ‹‹Non a caso sono un prete cattolico di rito armeno. I miei nonni si sono trasferiti ad Aleppo dopo il genocidio armeno del 1915 e da lì la mia famiglia si è stabilita in Siria. Sono il primo di tre figli: ho un fratello che in questo momento vive in Svezia e una sorella in Germania. Io sono un musicista: ho studiato ad Aleppo, in Libano, a Montréal, in Armenia. In Italia sono stato dal 2007 al 2010 per studiare musica sacra e ho conseguito la licenza in Teologia Dogmatica a Roma››.

Avevo preparato una domanda sull’infanzia e una sulla vocazione ma lui mi anticipa dicendo:

‹‹Da piccolo non avevo altra idea se non quella di diventare prete. Trovare la vocazione è trovare un altro senso alla propria vita. Ci possono essere tanti sensi ma essere prete, dedicando cuore e mente agli altri, il lavoro pastorale, fare cose “umane”…››. Fa una pausa ed io immagino la sua espressione felice, sognante. ‹‹Ogni uomo giusto, spiritoso e pieno di umanità può essere definito prete. Anche se sono ancora in cammino, sento di star iniziando a realizzare la mia vocazione››.

Mi sono poi informata e in effetti il termine prete deriva dal latino tardo “presbyter” che vuol dire  “più anziano”. E agli uomini anziani, si sa, si attribuisce spesso più saggezza, giustizia, umanità.

‹‹Qual è la tua giornata tipo?››

‹‹Ti racconto oggi. Dopo la celebrazione del mattino, ho incontrato la gente per le confessioni. Poi un’altra messa con la scuola. Fondamentalmente è questo: eucaristia e incontri. Non è una vita “individuosa” ed è piena di entusiasmo. Sono anche consigliere spirituale dell’Equipe Notre-Dame, che aiuta le coppie di tutta Aleppo. Ci sono 33 equipe e in ogni equipe ci sono 7 coppie.

Faccio anche parte del movimento “Foi et Lumiere” (che in Italia è chiamato “Fede e luce”), ispirato da Jean Vanier, che si occupa di persone diversamente abili››.

La curiosità mi ha spinto a cercare di capire un po’ di più su questo movimento e spulciando su internet ho trovato questa dichiarazione di Vanier: ‹‹Decisi di abbandonare la vita militare, con il desiderio di conoscere il Vangelo e la pace. Così andai a studiare filosofia a Toronto. Cercai di scoprire cos’è il vero e cos’è il falso, cos’è un essere umano. Nel 1963 conobbi la condizione di persone con grave disabilità. Un sacerdote mi fece mettere a contatto diretto con ragazzi che non erano studenti assetati di studio, ma si chiedevano “Chi sono? Perché sono così? Perché i miei genitori non sono felici che io esisto?”. Persone desiderose di sapere chi le vuole veramente bene››.

Continua padre Elias e mi dice una cosa che avevo saputo quando mi ero un po’ documentata su di lui e che mi incuriosiva molto: ‹‹Poi mi occupo del coro della chiesa. Do ripetizioni di canto e di musica. Sono sempre a contatto con Vivaldi, Mozart, Verdi. Sono tutti muti quando spiego Verdi, perchè lui parla a me e parla a loro attraverso la sua musica››.

 

‹‹La musica lì può fare la differenza?››

‹‹La musica fa la differenza sì! È un viaggio, un cammino che ho intrapreso da tempo. Nella distruzione, nella mancanza di acqua, di luce, di cibo, nella sofferenza la musica ci cambia, ci dà futuro. Noi aspettiamo l’ora del coro perchè dimentichiamo. Dimentichiamo la guerra, la mancanza. Sappiamo che i concerti sono una voce di pace, una speranza di pace. Il coro è composto da cristiani di tutte le 11 comunità del territorio (cattoliche, ortodosse, protestanti…). È un coro intercomunitario. Spesso mi sento un servo incapace che non sa che cosa deve fare ma, in qualche modo, fa quel che può, fa quel che è››.

 

‹‹E la fede? Come viene vissuta lì?››

‹‹La gente (soprattutto quella di una certa età devo dire) crede in Dio anche durante una guerra del genere. Noi che crediamo, sosteniamo l’esistenza di Dio proprio tramite quello che viviamo, rendendo grazie per essere scampati ai bombardamenti, per avere la possibilità di avere anche solo un giorno in più. Naturalmente c’è anche chi ha perso la propria fede e si chiede: “Ma se Dio esiste perchè noi ancora viviamo così?”. Ho difficoltà a volte ad incontrare i feriti, per il loro modo di vivere la fede e per il mio vissuto personale. C’è chi ha perso una mano, chi un piede, chi è cieco. Poi c’è mio zio che è morto a causa di un bombardamento un mese fa, dopo una settimana di coma. Prima mi sentivo di parlare con loro, adesso certo ci parlo ancora ma il più delle volte non so cosa dire e allora rimango in silenzio. Resto lì con loro senza dire niente perchè posso vivere e ho imparato a spendere la mia vita in una vicinanza semplice e silenziosa. La chiesa ha parlato tanto della fede nelle nostre zone, pensa agli aiuti umanitari ed economici ma non vive la fede in silenzio. Essere con loro, dire io ti capisco, ti sento vicino, capisco cosa stai vivendo. Questa per me è la parte più importante della solidarietà››.

Mi ritorna in mente la storia di Elia, il profeta che incontra Dio nel silenzio. Una storia che sembra seguire passo dopo passo, parola dopo parola, quella di questo messaggero sorprendente.

Penso a quando nel deserto, il deserto del suo cuore più che quello di sabbia, Dio manda ad Elia un angelo a nutrirlo che gli dice:“Alzati e mangia” (1Re 19,5) “non sei qui per morire. Alzati e mangia, alzati, ascolta la mia parola, nutriti della mia parola, e cammina”. Il destino di Elia è quello di ascoltare.

 

Parla come un fiume in piena padre Elias. Mi parla della preghiera e della speranza.

Le domande che avevo preparato rimangono sul mio quadernetto, non dette, a quel punto superflue.

‹‹Una delle mie più grandi speranze è la preghiera. Pregare è essere sempre in contatto. Sono forte delle preghiere degli amici italiani, francesi, di ogni parte del mondo. Poi ad un certo punto, dopo un attimo di silenzio mi dice: ‹‹Non durerà in eterno››.

E continua a spiegarmi: ‹‹Ora noi stiamo vivendo questo momento della storia, ma ho una grande fede sul fatto che finirà e anche la gente deve pensare che una fine ci sarà. Noi siamo i bambini del domani, non solo dell’oggi.

Dobbiamo ricostruire per essere più santi, forti, sani. Dobbiamo ricostruire prima di tutto dentro di noi. La guerra esiste ed esisterà ma c’è anche una guerra interiore, della mente ed è anche combattendo questa guerra che si può rinascere, che si può resistere.

Questo tipo di guerra qui la vivono i fondamentalisti, coloro che la guerra l’hanno creata. Direi loro di vivere per il futuro, di lasciar perdere gli interessi che adesso sembrano prioritari, come il petrolio, il gas. Questa gente pensa di essere patriottica ma gli auguro di ritornare a comprendere il vero senso del patriottismo, gli auguro cioè di essere uomini innamorati della loro patria.

Mi vengono in mente le parole del Nabucco di Verdi; “Oh mia patria! Sì bella e perduta!”››.

‹‹Queste speranze che tu hai padre Elias, come possono essere trasmesse? Come possono creare qualche certezza?››

‹‹Dovremmo sempre pensare al domani. Oggi siamo tristi ma dovremmo creare la gioia. Non so come si può ma bisogna non parlare della speranza ma gridare la speranza. Ed è Lui che può farlo. La gioia, la certezza sta nell’Amore. Non ci sono cose certe quando usciamo di casa: potremmo non ritornare la sera, ma l’amore si sente tutt’intorno. L’amore è Lui che ci parla attraverso un fratello, attraverso una madre. L’amore ci salva continuamente››.

‹‹So che lì manca spesso la luce. Pensi che, oltre ai disagi quotidiani, ci possa essere un potere del buio sui cuori?››

‹‹Sì, il buio è una condizione che qui viviamo spesso. Il buio fisico si trasforma spesso nel buio dell’anima. Anche questo è un tipo di mancanza, la mancanza dell’amore, la mancanza del senso della vita. È un buio che non vede speranza, che si chiede continuamente perchè. Perchè devo vivere? Con quale senso, se il mio vicino, l’uomo che incontro ogni mattina non c’è più? Perchè io? Perchè qui?

Da queste domande matura spesso la scelta di voler partire, di scappare, di voler vivere altrove per non dover sopravvivere qui. Mi vengono in mente anche i siciliani, gente di mare, gente che si è trovata e si trova ancora a partire per vivere meglio.

Comunque non mi sento di dire che queste persone sbagliano ad andarsene ma io devo rimanere.Rimanere per chi resta e per questa terra che amo. Devo rimanere per chi crede.

Io devo credere: e questa non è una speranza ma una certezza.

Non siamo stati creati per morire ma per vivere, per realizzare i nostri sogni.

E scegliere è la forma più alta del vivere››.

 

‹‹Il segretario dell’Onu Ban Ki-moon ha detto che Aleppo è sinonimo di “inferno”. Senti questo padre Elias? È l’inferno anche per te? E se non lo è che posto è per te Aleppo?››

‹‹A livello umanitario può essere considerato un inferno. Ma si differenzia dall’inferno per la speranza. È un inferno che non durerà per sempre.

Quando fra poco andrò in chiesa non so se una bomba mi ucciderà, oppure se capiterà adesso, in questo momento. Sicuramente c’è dell’inferno in questo. Ma non è questa la vita che avremmo voluto vivere o che sognamo››.

‹‹E che vita sogni?››

‹‹La vita che voglio vivere posso viverla. Non sono un uomo idealista. Sogno una vita normale, nè di più nè di meno. A me piacciono i problemi, mi aiutano ad essere sempre più maturo. Penso sempre alla maturità. Alla maturità raggiunta con la normalità, anche con questa normalità››.

Mi confida, infine, un suo desiderio profondo, molto profondo, che arriva dallo stomaco… Mangiare i cannoli siciliani! E sempre per rimanere nel suo ambito, quello della musica, mi dice che vorrebbe cantare “Caruso” di Lucio Dalla con un coro qua in Sicilia.

Si trova ogni tanto ad andare in Puglia per alcune iniziative e ipotizziamo che una delle prossime volte potrebbe essere un’occasione per incontrarci, per conoscere la Gifra di Sicilia, per cantare e mangiare con noi, per condividere le nostre normalità.

Qualcuno ha detto ‹‹È molto meglio desiderare che avere. Il momento del desiderio, quando sai che qualcosa potrebbe accadere, è il più entusiasmante››.

Padre Elias, pieno di desideri e di speranzose attese, assomiglia nuovamente al suo omonimo profeta che, trovandosi sul monte, si chiude in una caverna per passare la notte ed è proprio in quella caverna che rinasce.

Così ha vissuto la sua notte: attendendo l’alba, in continua ricerca, in continua attesa e rinascendo all’interno di quell’attesa stessa giorno dopo giorno.

Alla fine della telefonata lascio andare un po’ la timidezza e gli confesso che il suo nome, Elia, è quello che qualche tempo prima, senza una precisa ragione, mi era balenato in testa e mi era venuta voglia di darlo ad un mio ipotetico figlio futuro. Così come Elisea, se fosse stata una femminuccia. E alla mia confessione, ne segue una sua: il suo secondo nome è Eliseo.

Anzi era…

Padre Elias è tornato alla casa del Padre a causa di un incidente stradale qualche giorno fa, il 23 aprile 2018.

Un uomo fatto primavera che nel silenzio ha lasciato che Dio facesse rinascere in Lui la Sua profezia.

Federica Baccio (Commissione Comunicazioni Sociali e  Web)

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