Non Numeri, ma Storie

Quello che vogliamo raccontarvi non riguarda l’immigrazione  in primo piano, ma lintegrazione nella vita di ogni giorno di alcuni immigrati. Questa esperienza è stata vissuta e condivisa in un tempo determinato, che ha arricchito di più il nostro essere al servizio degli ultimi, da parte di un membro della nostra grande famiglia Francescana.

 “Pace a voi, sono Nunzio, ho 17 anni e oggi frequento listituto professionale del mio paese. Fino allanno scorso frequentavo la scuola media serale, dove ha avuto inizio la mia piccola esperienza con un gruppo di ragazzi immigrati, divenendo, al completamento dellanno scolastico, realmente famiglia , anche se di diversi, sia di pelle che di religione.

Partiamo dal presupposto che prima di questa esperienza guardavo questi ragazzi sempre da lontano, non perché io fossi razzista, ma perché non riuscivo a capire la loro storia, la loro vita e il motivo per il quale scappassero dalla loro terra. Ma dopo questa esperienza ho iniziato a guardare questi fratelli un popiù da vicino e ho capito che vengono qui perchédesiderano un lavoro per poter aiutare la propria famiglia, cosa normale per ogni uomo.

Mentre ascoltavo le loro testimonianze mi sono messo nei loro panni e ho compreso quanto in ogni percorso che compiono loro soffrono, soffrono molto. Ciòche li fa stare più male èlabbandono della loro sicurezza, come la loro terra, la loro famiglia e i loro amici e in particolare lessere considerati il problema di ogni male, quando in realtà il loro unico intento è quello di aiutare quella piccola sicurezza che sono stati costretti ad abbandonare.

La mia prima promessa, fatta nella Gioventù Francescana di Casteltermini, mi ha fatto vivere a pieno questa esperienza che Dio mi ha messo davanti, facendomi riflettere su uno dei quattro pilastri della gi.fra.: i poveri e ultimi come fratelli. Come posso io, nel mio piccolo, dare una mano? Questa è la domanda che mi ero fatto, e lunica risposta che risuonava nella mia testa, semplice e attuabilissima, era lessere amico di questi ragazzi che, come me, hanno un volto, dei capelli, un modo di agire e pensare. Se noi, in un attimo, chiudessimo gli occhi e ascoltassimo, potremmo vedere la persona cosìcome è  nella sua semplicità,  non soffermandoci soltanto sulle apparenze.

Dalla mia esperienza, ho potuto comprendere che anche i media compongono le notizie , aggravando certi aspetti e tralasciandone altri. Ad esempio un podi tempo fa in un centro di accoglienza, un gruppo di immigrati ha rotto tutto in segno di protesta. Di questo evento i media hanno fatto passare un messaggio un podiverso dalla realtà e cioèche loro per cose futili hanno scagliato la loro rabbia sul luogo nel quale si trovavano. Dopo qualche giorno ho avuto lopportunità di poter parlare  con i miei compagni, che a loro volta mi hanno spiegato che  la causa scatenante era stata che non davano loro da mangiare da un podi giorni, e che sì, la reazione era stata eccessiva  perché per risolvere dei problemi ci sono altre vie, ma è anche giusto essere trattati da persone e non da animali, poichéanche loro hanno il diritto di poter mangiare.

Riguardo la mia esperienza, posso affermare che loro desiderano essere accolti, apprezzati per quello che sono, desiderano una pacca sulla spalla, un abbraccio. In poche parole desiderano solamente di far parte di questo paese/città/nazione. Se potessi racchiudere in una sola parola la mia esperienza, quella sarebbe, senza dubbio,  ARRICCHIMENTO. Il tempo passato insieme a loro mi ha fatto crescere non solo in età, ma anche nella mia fede, perchésono riuscito a vedere in loro Cristo, sono riuscito a vedere loro come dei fratelli. Infatti ogni volta che ci incontriamo, non possiamo fare a meno di abbracciarci e dimostrarci affetto come fanno due fratelli. Non importa se si ha un colore, religione o ideale diverso. Se si vuole, si può voler bene a chiunque. E se non si è pronti a voler bene preghiamo il buon Dio , affinché grazie allesempio di Gesù, possiamo essere portatori di amore, non con parole ma anche con una semplice pacca sulle spalle o una stretta di mano.

 

Da fratello a fratello,

dal mio cuore al tuo cuore,

se la pelle è diversa,

non facciamo l’errore…

di non darci una mano,

e lasciare che accada

di guardarci con odio,

di evitarci per strada…

 

cit. da fratello a fratello, Franco Fasano

La forma dell’amore | testimonianze dal convegno nazionale adolescenti

Cari lettori,

oggi vi voglio parlare della mia esperienza vissuta col campo GiFra Italia. Si tratta di una esperienza unica, molto diversa da quelle che si fanno con la propria comunità, si tratta di un campo nel quale vi sono molte opportunità di tornare a casa ricchi di valori e di nuove amicizie. All’inizio è normale avere un po’ di timidezza o essere disorientati, non sapere che fare, con chi parlare… è tutto normale, del resto i partecipanti sono più di 300!!! Ma dopo aver iniziato con le presentazioni, la suddivisione dei ragazzi in gruppi, diventa molto facile stringere amicizie. Il campo GiFra è un’occasione per confrontarsi con ragazzi di tutta Italia, con accento diverso dal nostro a volte, con la pronuncia diversa dalla nostra, o con tendenze o tradizioni diverse dalle nostre, ed il bello sta nell’imparare da loro e allo stesso tempo nell’ insegnare loro.
Ho avuto la fortuna di conoscere frati e volontari GiFra davvero unici, tanto da volerteli “sequestrare” per portarteli a casa e non separartene più. Una delle cose più belle di questo campo è stato il vedere la luce negli occhi di coloro che ci guardavano passare cantando e lodando Dio e ci chiedevano da dove venissimo, ci riprendevano, spesso si univano con noi nella preghiera. Altrettanto bella è stata l’accoglienza che i frati ci hanno regalato, nutrendoci e offrendoci ristoro nei loro monasteri.
Le attività svolte hanno avuto come tema principale l’amore verso il nostro corpo, durante il quale un insegnante molto competente in materia ci ha illustrato tendenze, mode e pensieri che l’uomo o la donna nutrono verso il proprio corpo, è stata anche un’occasione per approfondire l’anatomia umana.
Il momento culmine di questo campo è secondo me stata l esperienza vissuta durante il cammino verso Pietralcina, ossia il luogo che ha visto protagonista le vicende e la nascita di padre Pio, il momento di preghiera è stato molto forte e molto intenso tanto che si percepiva lo spirito di padre Pio in mezzo a noi. Quel giorno, poichè l’ultimo, ha visto come ciliegina sulla torta una sorta di discoteca all’ interno della struttura del monastero, precisamente nell’ area ristoro/pasti, dove vi era un ampio spazio all’aperto per ballare accompagnati da musica moderna, prodotta da impianti sterei all’ avanguardia e dj competenti. Quella è stata la serata più bella del campo, ed è stata una delle più belle occasioni per stringere nuove amicizie e rinforzare quelle già strette.
Questa è stata la mia prima esperienza e di certo non l’ultima, è un’esperienza alla quale vi esorto a partecipare poiché difficilmente ce ne sono di più belle, esperienze come queste, almeno una volta nella vita sono assolutamente da compiere!

UCHECHI

É stata un’esperienza nuova per me, poiché i viaggi che ho fatto sono stati sempre con persone che conosco, ma questa volta é stato diverso, perché c’erano ragazzi da ogni regione dell’Italia e questo all’inizio mi ha spaventato un po’, perché non ero sicuro che avrei fatto amicizia con altri ragazzi; ma il mio dubbio era insensato, perché ho fatto amicizia senza accorgermene. La prima amicizia l’abbiamo fatta io e Simone Maugeri con dei ragazzi di Augusta( in Sicilia ) con una canzone, abbiamo cantato per tutta la notte canzoni che ci hanno fatto conoscere a vicenda. E questa é solo una delle tante amicizie che abbiamo fatto. Ma io non voglio parlare delle amicizie, voglio piuttosto condividere l’esperienza meravigliosa che abbiamo fatto e che vi consiglio vivamente di intraprendere, perché é una occasione per conoscere voi stessi e per conoscere nuove persone con cui scoprirete un sacco di cose nuove e bellissime.
La GiFra é un gruppo fantastico e penso di volerne far parte con gran piacere.

SEVIOUR 

 

La musica del silenzio Intervista a padre Yeghiche Elias Janji

Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo, da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì Elia si coprì il volto con il mantello. Uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco venne a lui una voce che gli diceva: che cosa fai qui Elia? (1Re 19,11-13)

 

Avola, qualche tempo fa.

Il telefono squilla ed ho il cuore in gola.

Sto per parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo. E non una parte qualsiasi: la Siria, il suo cuore Aleppo.

Seduta come tante altre volte sulla poltroncina della mia stanza sto per ricevere le parole tra le più emozionanti della mia vita, avverto già che sarà una conversazione come se ne fanno poche, una di quelle che ti cambia nel profondo.

La voce di Elias è calma, pacata. Il contrario di quello che mi sarei aspettata: immaginavo respiri corti e agitazione, forse un po’ di fretta, forse un po’ di paura sullo sfondo: invece ero davanti al tempo che sanno concederti i testimoni veri.

Ci presentiamo, gli spiego perché quella sera ci troviamo a parlare.

E da lì tutto comincia.

Una delle prime cose che ci tiene a dirmi è che la Siria è divisa più o meno in due zone: ‹‹C’è la zona controllata dal governo siriano, dove vivono tutti i cristiani, e quella dei ribelli in cui il cristianesimo praticamente non esiste. Il giornalismo europeo si esprime contro il governo ma i cristiani non lo vivono negativamente. Il regime non uccide, non lancia bombe. Quella›› mi dice, ‹‹è la parte dei jihadisti e dell’ISIS. C’è molta strumentalizzazione delle notizie quindi››.

Dopo questa interessante premessa ci tengo che si racconti un po’, che parli della sua storia personale.

‹‹Ho origini armene›› mi dice ‹‹Non a caso sono un prete cattolico di rito armeno. I miei nonni si sono trasferiti ad Aleppo dopo il genocidio armeno del 1915 e da lì la mia famiglia si è stabilita in Siria. Sono il primo di tre figli: ho un fratello che in questo momento vive in Svezia e una sorella in Germania. Io sono un musicista: ho studiato ad Aleppo, in Libano, a Montréal, in Armenia. In Italia sono stato dal 2007 al 2010 per studiare musica sacra e ho conseguito la licenza in Teologia Dogmatica a Roma››.

Avevo preparato una domanda sull’infanzia e una sulla vocazione ma lui mi anticipa dicendo:

‹‹Da piccolo non avevo altra idea se non quella di diventare prete. Trovare la vocazione è trovare un altro senso alla propria vita. Ci possono essere tanti sensi ma essere prete, dedicando cuore e mente agli altri, il lavoro pastorale, fare cose “umane”…››. Fa una pausa ed io immagino la sua espressione felice, sognante. ‹‹Ogni uomo giusto, spiritoso e pieno di umanità può essere definito prete. Anche se sono ancora in cammino, sento di star iniziando a realizzare la mia vocazione››.

Mi sono poi informata e in effetti il termine prete deriva dal latino tardo “presbyter” che vuol dire  “più anziano”. E agli uomini anziani, si sa, si attribuisce spesso più saggezza, giustizia, umanità.

‹‹Qual è la tua giornata tipo?››

‹‹Ti racconto oggi. Dopo la celebrazione del mattino, ho incontrato la gente per le confessioni. Poi un’altra messa con la scuola. Fondamentalmente è questo: eucaristia e incontri. Non è una vita “individuosa” ed è piena di entusiasmo. Sono anche consigliere spirituale dell’Equipe Notre-Dame, che aiuta le coppie di tutta Aleppo. Ci sono 33 equipe e in ogni equipe ci sono 7 coppie.

Faccio anche parte del movimento “Foi et Lumiere” (che in Italia è chiamato “Fede e luce”), ispirato da Jean Vanier, che si occupa di persone diversamente abili››.

La curiosità mi ha spinto a cercare di capire un po’ di più su questo movimento e spulciando su internet ho trovato questa dichiarazione di Vanier: ‹‹Decisi di abbandonare la vita militare, con il desiderio di conoscere il Vangelo e la pace. Così andai a studiare filosofia a Toronto. Cercai di scoprire cos’è il vero e cos’è il falso, cos’è un essere umano. Nel 1963 conobbi la condizione di persone con grave disabilità. Un sacerdote mi fece mettere a contatto diretto con ragazzi che non erano studenti assetati di studio, ma si chiedevano “Chi sono? Perché sono così? Perché i miei genitori non sono felici che io esisto?”. Persone desiderose di sapere chi le vuole veramente bene››.

Continua padre Elias e mi dice una cosa che avevo saputo quando mi ero un po’ documentata su di lui e che mi incuriosiva molto: ‹‹Poi mi occupo del coro della chiesa. Do ripetizioni di canto e di musica. Sono sempre a contatto con Vivaldi, Mozart, Verdi. Sono tutti muti quando spiego Verdi, perchè lui parla a me e parla a loro attraverso la sua musica››.

 

‹‹La musica lì può fare la differenza?››

‹‹La musica fa la differenza sì! È un viaggio, un cammino che ho intrapreso da tempo. Nella distruzione, nella mancanza di acqua, di luce, di cibo, nella sofferenza la musica ci cambia, ci dà futuro. Noi aspettiamo l’ora del coro perchè dimentichiamo. Dimentichiamo la guerra, la mancanza. Sappiamo che i concerti sono una voce di pace, una speranza di pace. Il coro è composto da cristiani di tutte le 11 comunità del territorio (cattoliche, ortodosse, protestanti…). È un coro intercomunitario. Spesso mi sento un servo incapace che non sa che cosa deve fare ma, in qualche modo, fa quel che può, fa quel che è››.

 

‹‹E la fede? Come viene vissuta lì?››

‹‹La gente (soprattutto quella di una certa età devo dire) crede in Dio anche durante una guerra del genere. Noi che crediamo, sosteniamo l’esistenza di Dio proprio tramite quello che viviamo, rendendo grazie per essere scampati ai bombardamenti, per avere la possibilità di avere anche solo un giorno in più. Naturalmente c’è anche chi ha perso la propria fede e si chiede: “Ma se Dio esiste perchè noi ancora viviamo così?”. Ho difficoltà a volte ad incontrare i feriti, per il loro modo di vivere la fede e per il mio vissuto personale. C’è chi ha perso una mano, chi un piede, chi è cieco. Poi c’è mio zio che è morto a causa di un bombardamento un mese fa, dopo una settimana di coma. Prima mi sentivo di parlare con loro, adesso certo ci parlo ancora ma il più delle volte non so cosa dire e allora rimango in silenzio. Resto lì con loro senza dire niente perchè posso vivere e ho imparato a spendere la mia vita in una vicinanza semplice e silenziosa. La chiesa ha parlato tanto della fede nelle nostre zone, pensa agli aiuti umanitari ed economici ma non vive la fede in silenzio. Essere con loro, dire io ti capisco, ti sento vicino, capisco cosa stai vivendo. Questa per me è la parte più importante della solidarietà››.

Mi ritorna in mente la storia di Elia, il profeta che incontra Dio nel silenzio. Una storia che sembra seguire passo dopo passo, parola dopo parola, quella di questo messaggero sorprendente.

Penso a quando nel deserto, il deserto del suo cuore più che quello di sabbia, Dio manda ad Elia un angelo a nutrirlo che gli dice:“Alzati e mangia” (1Re 19,5) “non sei qui per morire. Alzati e mangia, alzati, ascolta la mia parola, nutriti della mia parola, e cammina”. Il destino di Elia è quello di ascoltare.

 

Parla come un fiume in piena padre Elias. Mi parla della preghiera e della speranza.

Le domande che avevo preparato rimangono sul mio quadernetto, non dette, a quel punto superflue.

‹‹Una delle mie più grandi speranze è la preghiera. Pregare è essere sempre in contatto. Sono forte delle preghiere degli amici italiani, francesi, di ogni parte del mondo. Poi ad un certo punto, dopo un attimo di silenzio mi dice: ‹‹Non durerà in eterno››.

E continua a spiegarmi: ‹‹Ora noi stiamo vivendo questo momento della storia, ma ho una grande fede sul fatto che finirà e anche la gente deve pensare che una fine ci sarà. Noi siamo i bambini del domani, non solo dell’oggi.

Dobbiamo ricostruire per essere più santi, forti, sani. Dobbiamo ricostruire prima di tutto dentro di noi. La guerra esiste ed esisterà ma c’è anche una guerra interiore, della mente ed è anche combattendo questa guerra che si può rinascere, che si può resistere.

Questo tipo di guerra qui la vivono i fondamentalisti, coloro che la guerra l’hanno creata. Direi loro di vivere per il futuro, di lasciar perdere gli interessi che adesso sembrano prioritari, come il petrolio, il gas. Questa gente pensa di essere patriottica ma gli auguro di ritornare a comprendere il vero senso del patriottismo, gli auguro cioè di essere uomini innamorati della loro patria.

Mi vengono in mente le parole del Nabucco di Verdi; “Oh mia patria! Sì bella e perduta!”››.

‹‹Queste speranze che tu hai padre Elias, come possono essere trasmesse? Come possono creare qualche certezza?››

‹‹Dovremmo sempre pensare al domani. Oggi siamo tristi ma dovremmo creare la gioia. Non so come si può ma bisogna non parlare della speranza ma gridare la speranza. Ed è Lui che può farlo. La gioia, la certezza sta nell’Amore. Non ci sono cose certe quando usciamo di casa: potremmo non ritornare la sera, ma l’amore si sente tutt’intorno. L’amore è Lui che ci parla attraverso un fratello, attraverso una madre. L’amore ci salva continuamente››.

‹‹So che lì manca spesso la luce. Pensi che, oltre ai disagi quotidiani, ci possa essere un potere del buio sui cuori?››

‹‹Sì, il buio è una condizione che qui viviamo spesso. Il buio fisico si trasforma spesso nel buio dell’anima. Anche questo è un tipo di mancanza, la mancanza dell’amore, la mancanza del senso della vita. È un buio che non vede speranza, che si chiede continuamente perchè. Perchè devo vivere? Con quale senso, se il mio vicino, l’uomo che incontro ogni mattina non c’è più? Perchè io? Perchè qui?

Da queste domande matura spesso la scelta di voler partire, di scappare, di voler vivere altrove per non dover sopravvivere qui. Mi vengono in mente anche i siciliani, gente di mare, gente che si è trovata e si trova ancora a partire per vivere meglio.

Comunque non mi sento di dire che queste persone sbagliano ad andarsene ma io devo rimanere.Rimanere per chi resta e per questa terra che amo. Devo rimanere per chi crede.

Io devo credere: e questa non è una speranza ma una certezza.

Non siamo stati creati per morire ma per vivere, per realizzare i nostri sogni.

E scegliere è la forma più alta del vivere››.

 

‹‹Il segretario dell’Onu Ban Ki-moon ha detto che Aleppo è sinonimo di “inferno”. Senti questo padre Elias? È l’inferno anche per te? E se non lo è che posto è per te Aleppo?››

‹‹A livello umanitario può essere considerato un inferno. Ma si differenzia dall’inferno per la speranza. È un inferno che non durerà per sempre.

Quando fra poco andrò in chiesa non so se una bomba mi ucciderà, oppure se capiterà adesso, in questo momento. Sicuramente c’è dell’inferno in questo. Ma non è questa la vita che avremmo voluto vivere o che sognamo››.

‹‹E che vita sogni?››

‹‹La vita che voglio vivere posso viverla. Non sono un uomo idealista. Sogno una vita normale, nè di più nè di meno. A me piacciono i problemi, mi aiutano ad essere sempre più maturo. Penso sempre alla maturità. Alla maturità raggiunta con la normalità, anche con questa normalità››.

Mi confida, infine, un suo desiderio profondo, molto profondo, che arriva dallo stomaco… Mangiare i cannoli siciliani! E sempre per rimanere nel suo ambito, quello della musica, mi dice che vorrebbe cantare “Caruso” di Lucio Dalla con un coro qua in Sicilia.

Si trova ogni tanto ad andare in Puglia per alcune iniziative e ipotizziamo che una delle prossime volte potrebbe essere un’occasione per incontrarci, per conoscere la Gifra di Sicilia, per cantare e mangiare con noi, per condividere le nostre normalità.

Qualcuno ha detto ‹‹È molto meglio desiderare che avere. Il momento del desiderio, quando sai che qualcosa potrebbe accadere, è il più entusiasmante››.

Padre Elias, pieno di desideri e di speranzose attese, assomiglia nuovamente al suo omonimo profeta che, trovandosi sul monte, si chiude in una caverna per passare la notte ed è proprio in quella caverna che rinasce.

Così ha vissuto la sua notte: attendendo l’alba, in continua ricerca, in continua attesa e rinascendo all’interno di quell’attesa stessa giorno dopo giorno.

Alla fine della telefonata lascio andare un po’ la timidezza e gli confesso che il suo nome, Elia, è quello che qualche tempo prima, senza una precisa ragione, mi era balenato in testa e mi era venuta voglia di darlo ad un mio ipotetico figlio futuro. Così come Elisea, se fosse stata una femminuccia. E alla mia confessione, ne segue una sua: il suo secondo nome è Eliseo.

Anzi era…

Padre Elias è tornato alla casa del Padre a causa di un incidente stradale qualche giorno fa, il 23 aprile 2018.

Un uomo fatto primavera che nel silenzio ha lasciato che Dio facesse rinascere in Lui la Sua profezia.

Federica Baccio (Commissione Comunicazioni Sociali e  Web)

Strettamente uniti, Cristo un ponte fra noi #GifraSilabria

Carissimi pace a tutti voi,

Dopo un anno ricco di esperienze formative, di relazioni fraterne e di crescita umana e spirituale ci apprestiamo a vivere l’appuntamento che tanti di noi attendono ogni anno: la Festa del Sì!

Abbiamo infatti la gioia di comunicarvi che quest’anno vivremo la bellezza di trascorrere e condividere la festa del Sì con i Giovani Francescani di Calabria.

 

STRETTAMENTE UNITI, Cristo un ponte fra noi!” #gifraSilabria .

Festa del Sì – Messina giorno 13 Maggio!


9:00 ARRIVI E ACCOGLIENZA PRESSO LA TENSOSTRUTTURA DELL’ISTITUTO VERONA TRENTO

9:30 REGISTRAZIONI E ANIMAZIONE

10:00 MOMENTO DI PREGHIERA INIZIALE

10:15 PRESENTAZIONE DEL TEMA

10:30 TESTIMONIANZA E MOMENTO MUSICALE A CURA DEI Kantiere Kairòs

12:00 MARCIA E ANIMAZIONE FINO IN PIAZZA DUOMO

13:00 PRANZO A SACCO PRESSO PIAZZA DUOMO

14:00 FESTA IN PIAZZA

15:30 SANTA MESSA PRESSO IL DUOMO DI MESSINA

 

Creati per amare: la GiFra d’Italia in formazione

Numerosi Giovani Francescani provenienti da ogni angolo dell’Italia hanno lasciato le loro case per incontrarsi nei luoghi all’origine della loro vocazione: Assisi. Il 9-10-11 Marzo sono stati giorni d’intensa fraternità, riflessione e preghiera per i Gifrini che hanno scelto di partecipare all’appuntamento di formazione nazionale dal tema: #creatiperamare. Anche la Sicilia ha passato lo stretto raggiungendo con gioia i propri fratelli nella fede.

«Non si può amare senza un corpo» sono state le parole che ci hanno introdotto alla riflessione proposta. Riscoprire le membra che ci permettono di amare toccando, annusando, pensando, ascoltando il prossimo che passa nelle nostre vite ogni giorno ci ha fatto ripensare in maniera nuova noi stessi, le nostre attitudini e i nostri sensi e ci ha permesso nella prima #dinamicadigruppo del venerdì di presentarci ai fratelli che avrebbero condiviso con noi nei giorni seguenti altre tappe della formazione.

L’amore è il tema cristiano per eccellenza, amare è la sfida che il cristiano invece si propone. Chiamati sin dalla #creazione del mondo alla relazione d’amore con l’altro, il nostro corpo è lo strumento da riconoscere per renderlo autentico «tempio dello Spirito». Sabato mattina, infatti, con l’aiuto di Fr. Pietro Maranesi abbiamo scoperto come Francesco aveva ben intuito come proprio il corpo non è estraneo all’esercizio dell’amare, ma anzi fondamentale all’attualizzazione dei gesti che ci permettono di incontrare l’altro nel suo corpo, nei suoi limiti, nel suo essere così com’è. Ricordare l’incontro di Francesco con i #lebbrosi (che erano tanti…e non uno) ci ha scosso dal torpore del nostro modo di amare, ridestando in noi un solo desiderio: abbandonare l’amaro delle nostre aride relazioni e ricercare la dolcezza e la tenerezza dell’incontro vero, che non lascia invariati.

E la modalità del #cammino – che tiene svegli nella fede – fa parte di questo percorso che dalla scoperta dell’amore porta al dono di saper amare. I gifrini, infatti, accompagnati da un’audio-guida che li potesse guidare in una silenziosa riflessione, si sono messi in cammino verso uno dei luoghi chiave della vita di Francesco e i suoi: #Rivotorto. La voce dalle cuffie durante la camminata sussurrava parole turbolente e gravide di emozioni: «[…] Hai preparato per me un corpo come un’opera d’arte…ma perché faccio così tanta fatica? Se non fossi all’altezza?». Il Signore ci invitava a ripensarci come #fattiperamare e #nonostantenoi, nonostante i nostri limiti, le nostre imperfezioni, nonostante il peccato, nonostante tutte le parti di noi che facciamo fatica ad accettare. Lui «ci ha fatti come un prodigio», un prodigio che non può rimanere una monade solitaria, ma che è chiamato a farsi espressione di un amore a più livelli. «Per te ho preparato questo corpo – ci dice il Signore – ma volevo dirti che non sei soltanto un corpo, tu sei il mio corpo».

Solo riconoscendo noi stessi una vera benedizione di Dio, possiamo accostarci a Lui con amore di figli e riscoprire nell’altro una benedizione per la nostra vita: questo abbiamo chiesto nel pomeriggio a Dio nella preghiera, mettendo tutte le angosce del cuore ai piedi del suo Santissimo Sacramento in un momento di #adorazione presso la Chiesa di Santa Chiara. Raccolti attorno al #CorpodiCristo che ancora parla e tocca le nostre infermità, abbiamo pregato affinchè Lui possa farci tornare al punto di partenza, all’origine della nostra chiamata, redendoci

ancora capaci di donare quell’amore che per primo Lui ha riversato su noi. Alla fine della preghiera, abbiamo portato con noi l’emozione di aver segnato il capo dei fratelli che ci sedevano accanto con il #segnodicroce, pronunciando reciprocamente le parole: «Tu sei la mia benedizione». Un gesto fraterno che ci ha portato a pensare come troppo spesso dimentichiamo che i fratelli sono una bene-dizione, come l’altro sia una bene-dizione, ossia quel modo concreto con cui Dio ci ama servendosi di chi percorre questa strada della vita con noi. #Benedizione è certamente la parola che custodisco.

E ritornati dalla visita alla chiesetta di Rivotorto e le perle di Assisi, ci attendevano tre persone speciali pronte a tirare le fila dei nostri pensieri e a riversare nel quotidiano tutto quello che avevamo meditato: è stato il momento della formazione dei terziari Stefania Salerno e Fortunato De Pasquale, con l’accompagnamento di Fr. Ivano Paccagnella. Proponendoci la scansione Creati- dall’amore-per amare, ci hanno consegnato questi tre passaggi per aiutarci a comprendere come sia imprescindibile riconoscerci amati e poi amarci per poter a nostra volta amare. «Ama il prossimo come te stesso» insegnava il Maestro. E se non ami te stesso?

La serata di fraternità, la #rossa e divertente cena a tema e la celebrazione mattutina di domenica in Porziuncola hanno portato al termine una meravigliosa esperienza, un incontro di formazione carico di spunti, aperto a riletture, denso di significati, ricco di gioia e di liete notizie. Assisi e la formazione nazionale è sempre una sosta al pozzo per ripensarci in cammino. La Gioventù Francescana è questo in fondo: il luogo per ripensarci amati, per poter scegliere di amare.

Giusy Rizzo Gi.Fra di Caccamo (Pa)

Quando sono debole… allora sono forte | Testimonianza

Quando sono debole…Allora sono Forte!

E’ quando siamo deboli che conosciamo il Signore ma per conoscere Lui prima dobbiamo conoscere noi stessi. Che significa conoscere noi stessi?

Per me,da ciò che ho appreso, significa conoscere il nostro corpo, non avere paura di mostrare le nostre debolezze, capire a quali emozioni noi diamo cittadinanza e quali invece non risuciamo a gestire. Il varco per accedere a noi stessi è proprio la parte piu’ fragile, dove teniamo le nostre debolezze e solo per via di quella parte il mondo può accedere a noi, poichè dove siamo forti siamo impenetrabili.

La prima sera c’è stata consegnata un’anforina grezza e ci è stato chiesto di prendercene cura. Potevamo disegnare, colorare e decorarla come preferivamo in modo da renderla personale… Farla ad immagine e somiglainza nostra. Spesso capita che ci abbelliamo fuori anche se dentro stiamo male.

Il secondo giorno abbiamo speriementato cosa significa dialogare con noi stessi per scoprire cosa sentiamo, quali emozioni abitano dentro di noi e quali invece respingiamo o non consideriamo. Ho trovato molto difficile affrontare me stessa e capire che posto avevano le emozioni dentro di me, quali vivo e manifesto quotidianamente e quali invece mi spaventano o preferisco ignorare. Poi su un foglietto di carta ho scritto le mie debolezze e le ho inserite all’interno dell’anforina, l’idea che fossero nascoste al buio lì dentro non mi dispiaceva affatto,al contrario mi rasserenava, mi sentivo protetta! Finchè fossero rimaste nascoste nessuno avrebbe visto la vera me, nessuno avrebbe potuto ferirmi.

Il vero “trauma” è stato quando nel momento di deserto, lontano dal Signore mi hanno chiesto di frantumare l’anforina, in quel momento mi sono sentita davvero sola e senza protezione, tutti potevano vedermi senza le tante maschere che ogni giorno utilizziamo per celare noi stessi agli altri. Tutto il lavoro che avevo fatto per non mostare il mio interno sarebbe stato cancellato e questo mi aveva bloccato non riuscivo ad accettarlo.

La sera durante il momento di preghiera abbiamo presentato le anforine frantumate al Signore, mostrandoci deboli per com’eravamo e ci siamo affidati a Lui.

Ero convinta che avremmo incollato insieme tutti i pezzi subito dopo, ma non era così che doveva andare. Non dovevo e non potevo proteggermi da sola , non potevo ricostruire me stessa da sola…

Infatti ci è stata consegnata una nuova vita (una nuova anforina) proprio affinchè capissi che nel momento in cui mi sono affidata a Lui ero di nuovo protetta, al sicuro. Dio è il mio scudo.

Infine nell’anforina è stata messa una perla, la grazia del Signore, per ricordarci che non abbiamo bisogno di altro, che ci Basta la Sua Grazia.

  Maria Chiara Vassallo  – Termini Imerese  MdC

Convegno Giovani | “Quando sono debole allora…sono forte”.

«Ci sono sofferenze che scavano nella persona come buchi di un flauto,

e la voce dello Spirito ne esce melodiosa »

Vitaliano Branca

CONVEGNO REGIONALE GIOVANI

“ Quando sono debole … allora sono forte”

Bronte, 1-2-3 Dicembre 2017

VENERDI’

17.00: Arrivi e sistemazione

19.00: Iniziamo…

20:00: Cena

21.30 : Chi cerca, trova!

 

SABATO

7.30: Lodi

8.00: Colazione

9.30 : Dialogo con se stessi

13.00: Ora media

13.30 Pranzo

16.00 : Caliamoci nelle emozioni

19.30: Vespri

20.30 : Cena

21.30: Affidamento a Dio

DOMENICA

8.00: Lodi mattutine

8.30: Colazione e sistemazione delle camere

10.00: Parliamone

12.00: Celebrazione Eucaristica

13.30: Pranzo

 

Convento dei frati cappuccini di Bronte (convento San felice da Cantalice) ,

sito in Corso Umberto n° 366 – 368 

Fraternità: sorella mia

“Fraternità: sorella mia!” è il tema scelto per il ritiro della Gioventù Francescana di Augusta che si è svolto dall’1 al 3 settembre 2017 presso l’oasi “Santa Maria Goretti”. Adolescenti e promessi, vivendo alcune attività separatamente, hanno trascorso tre giorni insieme, rafforzando rapporti già esistenti e creando nuove amicizie. In realtà, come sottolineato dal tema, era questo l’obiettivo del ritiro: relazionarsi e vivere come fratelli e sorelle, figli dello stesso padre.

Il primo giorno, dopo una breve presentazione, adolescenti e promessi sono entrati nel vivo del ritiro: i primi, con una lectio divina personalizzata per la loro età, guidata dal diacono Ottavio Castro sul passo della Genesi su Caino e Abele; i più grandi, invece, con l’aiuto di Fra Vittorio Midolo (assistente spirituale Gi.Fra.), hanno riscoperto i “pilastri” fondamentali della fraternità: ognuno di loro ha ricevuto un bigliettino che rappresentava un pilastro e hanno dovuto attaccarlo sui vestiti, come simbolo di impegno. Dopo una breve pausa, i gifrini si sono riuniti e hanno confrontato le due diverse esperienze. Queste attività hanno preparato i ragazzi all’incontro di preghiera della sera, presieduto da Fra Vittorio, e in particolare al momento simbolico: i più piccoli hanno portato un oggetto che rappresentasse il loro ruolo all’interno della fraternità; i grandi, invece, un oggetto che rappresentasse il loro pilastro. Il secondo giorno, adolescenti e giovani si sono nuovamente separati per vivere due momenti molto importanti: gli adolescenti, con l’aiuto di Nello Ruscica, hanno assaporato il gusto della fraternità attraverso gli occhi di Chiara e Francesco e rapportando il tutto ai giorni nostri; per i promessi è stato il momento della lectio divina su dei passi della Sacra Scrittura dal titolo “la fraternità fra ferite e guarigione”, analizzando i momenti positivi e negativi che può attraversare la fraternità, tenuta da Don Andrea Zappulla che li ha conquistati e affascinati. Nel pomeriggio, le sorelle Daniela Blasco e Jessica Patania, hanno tenuto delle dinamiche, atte a rafforzare i legami fraterni. Lo stesso spirito si è mantenuto nella serata di fraternità, durante la quale i gifrini si sono improvvisati  concorrenti di famosi show televisivi come “Reazione a catena”,”Bomba”, “L’intesa vincente”, ecc..

Il terzo giorno ha rappresentato il culmine delle tematiche affrontate nei giorni precedenti attraverso un percorso organizzato dal Consiglio: i gifrini sono stati bendati e si sono affidati ai loro fratelli senza sapere dove stessero andando o cosa ogni stanza avrebbe riservato loro. Il fine del percorso era quello di riscoprire sé stessi, il proprio rapporto con Dio e con la fraternità e ogni stanza rappresentava un ipotetico ostacolo (social, impegni, luoghi comuni, egoismo, pettegolezzi).

Durante il momento di condivisione, ogni gifrino ha espresso con i propri fratelli le esperienze e le emozioni sperimentate nei tre giorni di ritiro. In particolare, gli adolescenti, che hanno coinvolto i più grandi, hanno voluto sperimentare una liturgia delle ore completa, esperienza nuova ma che porteranno sempre nel loro cuore.

Questo era in fondo ciò che ci eravamo prefissi: vivere la fraternità. Come sorelle, come fratelli, sulle orme di Chiara e Francesco, nel cammino verso il Padre.

 

                           Fraternità Gi.Fra Augusta