Auguri di Natale | Messaggio del presidente regionale Gi.Fra.

Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto

e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.”

(Gv 15,16-17)

Carissimi fratelli e sorelle il Signore vi dia pace!

Alle porte di questo Natale mi sento di condividere con voi due brevi pensieri che mi stanno accompagnando nella mia esperienza di Erasmus, lontano da tutto ciò che mi è familiare tranne che da Lui. Da novembre mi trovo infatti a vivere un periodo di tirocinio in Belgio al termine del quale spero di concludere il mio percorso universitario. Come tutti voi mi trovo quindi a vivere l’instabilità della condizione giovanile, piena di interrogativi ed insicurezze. Sono partito con tristezza per il servizio affidatomi al quale non potevo dedicarmi come avrei voluto, ma allo stesso tempo ero sereno, perché il Signore mi ha concesso di comprendere nel corso del mio percorso, per mezzo dei fratelli che mi hanno formato, che “siamo tutti importanti ma nessuno è indispensabile” e questo lo penso davvero.

La prima riflessione che mi sento di donarvi è quella della scelta, non tanto la nostra scelta ma quella di Dio sulla nostra vita a cui si fa riferimento nel brano del Vangelo. Per quanto possiamo infatti credere di avere il controllo sulla nostra vita e sul nostro percorso, per quanto possa questo sembrare chiaro e delimitato come di un treno che segue i binari, in realtà non lo è. Può succedere che ci si perda, può succedere l’errore che fa deragliare il treno, ma in tutto ciò abbiamo la sicurezza che Lui ci ha scelti, che Lui ha comunque in serbo per noi grandi cose perché ci ha “costituiti” perché portiamo molto frutto. Il pensare che Lui ci pensi, che Lui ci scelga, che Lui ci ami ci può aiutare a vivere bene questo periodo di preparazione al Santo Natale, occasione in cui, come ogni anno continua a sceglierci facendosi uomo.

Il secondo breve pensiero riguarda la mancanza della dimensione fraterna, della mia fraternità locale e di quella regionale. In questo tempo vissuto qui, ha trovato conferma qualcosa che già pensavo, qualcosa che dicevo ma che non avevo ancora provato. Mi riferisco al vedere la fraternità come un dono che Lui ha fatto all’umanità, che Lui ha fatto a noi. Non ci rendiamo conto di quanto siamo ricolmi di grazia fino a quando questo dono che ci sembra scontato, alle volte stancante e perché no, in alcune circostanze, anche frustrante, ci viene a mancare. Chi si è allontanato da casa per un po’ può capire quanto possa essere importante vivere il proprio cammino, i momenti di difficoltà, i momenti di aridità e quelli in cui si è incontrato Cristo nella propria via, insieme a qualcun altro, insieme ad un fratello. Cosa c’entra tutto questo con i tipici auguri di Natale? Pensando alle diverse cose che volevo dirvi non potevo tralasciare questa “verità”, “certezza” questa mancanza che sto vivendo, e spero che questo possa essere per alcuni di voi quella spinta a non demordere, a non mettere da parte questo dono che il Signore ha pensato per ciascuno di noi. I giorni che verranno saranno di estrema importanza per prepararci a vivere questo Santo Natale, e viverlo insieme come fraternità donerà ancora più luce.

Anche se lontano mi sento comunque di vivere questo tempo in comunione con tutti voi e in particolar modo con la mia fraternità, dono che va oltre la materialità del vedersi, dono scelto da Lui per noi, e quindi da custodire e testimoniare.

 

Luca Corallo

Presidente Regionale

Gioventù Francescana di Sicilia

 

Pasqua 2017 | Messaggio di auguri del Presidente e consiglio regionale

Carissimi fratelli e sorelle pace a tutti voi e alle vostre fraternità!

È desiderio mio e di tutto il consiglio regionale della gioventù francescana rivolgervi i nostri auguri di buona Pasqua. Nel cercare le parole giuste da consegnarvi mi sono ritrovato a sfogliare il Nostro Volto e, soffermatomi nel capitolo “Forma di vita”, ho trovato la parola che riesce a fare la sintesi del nostro vivere insieme questa esperienza di vita in questo tempo, ovvero “conversione”. L’art. 6c ci richiama ad una conversione continua che ci permette di conformare il nostro modo di pensare e di agire a quello di Cristo e che, per la nostra umana fragilità, deve essere ricercata e rinnovata ogni giorno. La parola conversione mi fa venire in mente l’azione di rivolgere lo sguardo da una parte all’altra, di fissare gli occhi in una direzione, verso un obiettivo. Immagino gli occhi di tutti noi, ognuno nei propri luoghi, fissi sulla croce. Anche se lontani e sparsi per la Sicilia, e non solo, viviamo questi giorni uniti in una sola fraternità, che rivolge il proprio sguardo su di lui.

“Aiutaci, o Signore, a portare avanti nel mondo

e dentro di noi la Tua Risurrezione.

Donaci la forza di frantumare tutte le tombe

in cui la prepotenza, l’ingiustizia, la ricchezza, l’egoismo,

il peccato, la solitudine, la malattia, il tradimento, la miseria,

l’indifferenza hanno murato gli uomini vivi.

Metti una grande speranza nel cuore gli uomini,

specialmente di chi piange.

Concedi, a chi non crede in te,

di comprendere che la Pasqua è l’unica forza

della storia perennemente eversiva.

E poi, finalmente, o Signore, restituisci anche noi,

tuoi credenti, alla nostra condizione di uomini.”

Don  Tonino Bello

Ed è con questa preghiera di Don Tonino che vi abbraccio e rinnovo gli auguri a nome di tutto il consiglio regionale!

Luca Corallo

Presidente Regionale Gi.Fra. Sicilia

Messaggio per la Quaresima 2017: La parola è un dono, l’altro è un dono

La Parola è un dono. L’altro è un dono.

Cari fratelli e sorelle,

la Quaresima è un nuovo inizio, una strada che conduce verso una meta sicura: la Pasqua di Risurrezione, la vittoria di Cristo sulla morte. E sempre questo tempo ci rivolge un forte invito alla conversione: il cristiano è chiamato a tornare a Dio «con tutto il cuore» ( Gl 2,12), per non accontentarsi di una vita mediocre, ma crescere nell’amicizia con il Signore. Gesù è l ‘amico fedele che non ci abbandona mai, perché, anche quando pecchiamo, attende con pazienza il nostro ritorno a Lui e, con questa attesa, manifesta la sua volontà di perdono (cfr Omelia nella S. Messa, 8 gennaio 2016).

La Quaresima è il momento favorevole per intensificare la vita dello spirito attraverso i santi mezzi che la Chiesa ci offre: il digiuno, la preghiera e l’elemosina. Alla base di tutto c’è la Parola di Dio, che in questo tempo siamo invitati ad ascoltare e meditare con maggiore assiduità. In particolare, qui vorrei soffermarmi sulla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro (cfr Lc 16,19- 31). Lasciamoci ispirare da questa pagina così significativa, che ci offre la chiave per comprendere come agire per raggiungere la vera felicità e la vita eterna, esortandoci ad una sincera conversione.

1. L’altro è un dono

La parabola comincia presentando i due personaggi principali , ma è il povero che viene descritto in maniera più dettagliata: egli si trova in una condizione disperata e non ha la forza di risollevarsi, giace alla porta del ricco e mangia le briciole che cadono dalla sua tavola, ha piaghe in tutto il corpo e i cani vengono a leccarle (cfr vv. 20-21). Il quadro dunque è cupo, e l’uomo degradato e umiliato.

La scena risulta ancora più drammatica se si considera che il povero si chiama Lazzaro: un nome carico di promesse, che alla lettera significa «Dio aiuta». Perciò questo personaggio non è anonimo, ha tratti ben precisi e si presenta come un individuo a cui associare una storia personale. Mentre per il ricco egli è come invisibile, per noi diventa noto e quasi familiare, diventa un volto; e, come tale, un dono, una ricchezza inestimabile, un essere voluto, amato, ricordato da Dio, anche se la sua concreta condizione è quella di un rifiuto umano (cfr Omelia nella S. Messa, 8 gennaio 2016).

Lazzaro ci insegna che l’altro è un dono. La giusta relazione con le persone consiste nel riconoscerne con gratitudine il valore. Anche il povero alla porta del ricco non è un fastidioso ingombro, ma un appello a convertirsi e a cambiare vita. Il primo invito che ci fa questa parabola è quello di aprire la porta del nostro cuore all’altro, perché ogni persona è un dono, sia il nostro vicino sia il povero sconosciuto. La Quaresima è un tempo propizio per aprire la porta ad ogni bisognoso e riconoscere in lui o in lei il volto di Cristo. Ognuno di noi ne incontra sul proprio cammino. Ogni vita che ci viene incontro è un dono e merita accoglienza, rispetto, amore. La Parola di Dio ci aiuta ad aprire gli occhi per accogliere la vita e amarla, soprattutto quando è debole. Ma per poter fare questo è necessario prendere sul serio anche quanto il Vangelo ci rivela a proposito dell’uomo ricco.

2. Il peccato ci acceca

La parabola è impietosa nell’evidenziare le contraddizioni in cui si trova il ricco (cfr v. 19). Questo personaggio, al contrario del povero Lazzaro, non ha un nome, è qualificato solo come “ricco”. La sua opulenza si manifesta negli abiti che indossa, di un lusso esagerato. La porpora infatti era molto pregiata, più dell’argento e dell’oro, e per questo era riservato alle divinità (cfr Ger 10,9) e ai re (cfr Gdc 8,26). Il bisso era un lino speciale che contribuiva a dare al portamento un carattere quasi sacro. Dunque la ricchezza di quest’uomo è eccessiva, anche perché esibita ogni giorno, in modo abitudinario: «Ogni giorno si dava a lauti banchetti» (v. 19). In lui si intravede drammaticamente la corruzione del peccato, che si realizza in tre momenti successivi: l’amore per il denaro, la vanità e la superbia (cfr Omelia nella S. Messa, 20 settembre 2013).

Dice l’apostolo Paolo che «l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6, 10). Essa è il principale motivo della corruzione e fonte di invidie, litigi e sospetti. Il denaro può arrivare a dominarci, così da diventare un idolo tirannico (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 55). Invece di essere uno strumento al nostro servizio per compiere il bene ed esercitare la solidarietà con gli altri, il denaro può asservire noi e il mondo intero ad una logica egoistica che non lascia spazio all’amore e ostacola la pace.

La parabola ci mostra poi che la cupidigia del ricco lo rende vanitoso. La sua personalità si realizza nelle apparenze, nel far vedere agli altri ciò che lui può permettersi. Ma l’apparenza maschera il vuoto interiore. La sua vita è prigioniera dell’esteriorità, della dimensione più superficiale ed effimera dell’esistenza (cfr ibid., 62).

Il gradino più basso di questo degrado morale è la superbia. L’uomo ricco si veste come se fosse un re, simula il portamento di un dio, dimenticando di essere semplicemente un mortale. Per l’uomo corrotto dall’amore per le ricchezze non esiste altro che il proprio io, e per questo le persone che lo circondano non entrano nel suo sguardo. Il frutto dell’attaccamento al denaro è dunque una sorta di cecità: il ricco non vede il povero affamato, piagato e prostrato nella sua umiliazione.

Guardando questo personaggio, si comprende perché il Vangelo sia così netto nel condannare l’amore per il denaro: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24).

3. La Parola è un dono

Il Vangelo del ricco e del povero Lazzaro ci aiuta a prepararci bene alla Pasqua che si avvicina. La liturgia del Mercoledì delle Ceneri ci invita a vivere un’esperienza simile a quella che fa il ricco in maniera molto drammatica. Il sacerdote, imponendo le ceneri sul capo, ripete le parole: «Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai». Il ricco e il povero, infatti, muoiono entrambi e la parte principale della parabola si svolge nell’aldilà. I due personaggi scoprono improvvisamente che «non abbiamo portato nulla nel mondo e nulla possiamo portare via» (1 Tm 6,7).

Anche il nostro sguardo si apre all’aldilà, dove il ricco ha un lungo dialogo con Abramo, che chiama «padre» (Lc 16,24.27), dimostrando di far parte del popolo di Dio. Questo particolare rende la sua vita ancora più contraddittoria, perché finora non si era detto nulla della sua relazione con Dio. In effetti, nella sua vita non c’era posto per Dio, l’unico suo dio essendo lui stesso.

Solo tra i tormenti dell’aldilà il ricco riconosce Lazzaro e vorrebbe che il povero alleviasse le sue sofferenze con un po’ di acqua. I gesti richiesti a Lazzaro sono simili a quelli che avrebbe potuto fare il ricco e che non ha mai compiuto. Abramo, tuttavia, gli spiega: «Nella vita tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti» (v. 25). Nell’aldilà si ristabilisce una certa equità e i mali della vita vengono bilanciati dal bene.

La parabola si protrae e così presenta un messaggio per tutti i cristiani. Infatti il ricco, che ha dei fratelli ancora in vita, chiede ad Abramo di mandare Lazzaro da loro per ammonirli; ma Abramo risponde: «Hanno Mosè e i profeti; ascoltino loro» (v. 29). E di fronte all’obiezione del ricco, aggiunge: «Se non ascoltano Mosè e i profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti» (v. 31).

In questo modo emerge il vero problema del ricco: la radice dei suoi mali è il non prestare ascolto alla Parola di Dio; questo lo ha portato a non amare più Dio e quindi a disprezzare il prossimo. La Parola di Dio è una forza viva, capace di suscitare la conversione nel cuore degli uomini e di orientare nuovamente la persona a Dio. Chiudere il cuore al dono di Dio che parla ha come conseguenza il chiudere il cuore al dono del fratello.

Cari fratelli e sorelle, la Quaresima è il tempo favorevole per rinnovarsi nell’incontro con Cristo vivo nella sua Parola, nei Sacramenti e nel prossimo. Il Signore – che nei quaranta giorni trascorsi nel deserto ha vinto gli inganni del Tentatore – ci indica il cammino da seguire. Lo Spirito Santo ci guidi a compiere un vero cammino di conversione, per riscoprire il dono della Parola di Dio, essere purificati dal peccato che ci acceca e servire Cristo presente nei fratelli bisognosi. Incoraggio tutti i fedeli ad esprimere questo rinnovamento spirituale anche partecipando alle Campagne di Quaresima che molti organismi ecclesiali, in diverse parti del mondo, promuovono per far crescere la cultura dell’incontro nell’unica famiglia umana. Preghiamo gli uni per gli altri affinché, partecipi della vittoria di Cristo, sappiamo aprire le nostre porte al debole e al povero. Allora potremo vivere e testimoniare in pienezza la gioia della Pasqua.

Dal Vaticano, 18 ottobre 2016

Festa di San Luca Evangelista

FRANCESCO

«Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5). Messaggio di Papa Francesco per la Giornata delle Comunicazioni Sociali

«Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo è il tema scelto dal Santo Padre Francesco per la 51ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali.

Pubblichiamo di seguito il Messaggio del Papa per la Giornata che quest’anno si celebra, in molti Paesi, domenica 28 maggio, Solennità dell’Ascensione del Signore:

Messaggio del Santo Padre

«Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5).

Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo

L’accesso ai mezzi di comunicazione, grazie allo sviluppo tecnologico, è tale che moltissimi soggetti hanno la possibilità di condividere istantaneamente le notizie e diffonderle in modo capillare. Queste notizie possono essere belle o brutte, vere o false. Già i nostri antichi padri nella fede parlavano della mente umana come di una macina da mulino che, mossa dall’acqua, non può essere fermata. Chi è incaricato del mulino, però, ha la possibilità di decidere se macinarvi grano o zizzania. La mente dell’uomo è sempre in azione e non può cessare di “macinare” ciò che riceve, ma sta a noi decidere quale materiale fornire (cfr Cassiano il Romano, Lettera a Leonzio Igumeno).

Vorrei che questo messaggio potesse raggiungere e incoraggiare tutti coloro che, sia nell’ambito professionale sia nelle relazioni personali, ogni giorno “macinano” tante informazioni per offrire un pane fragrante e buono a coloro che si alimentano dei frutti della loro comunicazione. Vorrei esortare tutti ad una comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro, favorisca una cultura dell’incontro, grazie alla quale si possa imparare a guardare la realtà con consapevole fiducia.

Credo ci sia bisogno di spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura, frutto dell’abitudine a fissare l’attenzione sulle “cattive notizie” (guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane). Certo, non si tratta di promuovere una disinformazione in cui sarebbe ignorato il dramma della sofferenza, né di scadere in un ottimismo ingenuo che non si lascia toccare dallo scandalo del male. Vorrei, al contrario, che tutti cercassimo di oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra, gettandoci nell’apatia, ingenerando paure o l’impressione che al male non si possa porre limite. Del resto, in un sistema comunicativo dove vale la logica che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia, e dove il dramma del dolore e il mistero del male vengono facilmente spettacolarizzati, si può essere tentati di anestetizzare la coscienza o di scivolare nella disperazione.

Vorrei dunque offrire un contributo alla ricerca di uno stile comunicativo aperto e creativo, che non sia mai disposto a concedere al male un ruolo da protagonista, ma cerchi di mettere in luce le possibili soluzioni, ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone a cui si comunica la notizia. Vorrei invitare tutti a offrire agli uomini e alle donne del nostro tempo narrazioni contrassegnate dalla logica della “buona notizia”.

La buona notizia

La vita dell’uomo non è solo una cronaca asettica di avvenimenti, ma è storia, una storia che attende di essere raccontata attraverso la scelta di una chiave interpretativa in grado di selezionare e raccogliere i dati più importanti. La realtà, in sé stessa, non ha un significato univoco. Tutto dipende dallo sguardo con cui viene colta, dagli “occhiali” con cui scegliamo di guardarla: cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa. Da dove dunque possiamo partire per leggere la realtà con “occhiali” giusti?

Per noi cristiani, l’occhiale adeguato per decifrare la realtà non può che essere quello della buona notizia, a partire da laBuona Notizia per eccellenza: il «Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio» (Mc 1,1). Con queste parole l’evangelista Marco inizia il suo racconto, con l’annuncio della “buona notizia” che ha a che fare con Gesù, ma più che essere un’informazione su Gesù, è piuttosto la buona notizia che è Gesù stesso. Leggendo le pagine del Vangelo si scopre, infatti, che il titolo dell’opera corrisponde al suo contenuto e, soprattutto, che questo contenuto è la persona stessa di Gesù.

Questa buona notizia che è Gesù stesso non è buona perché priva di sofferenza, ma perché anche la sofferenza è vissuta in un quadro più ampio, parte integrante del suo amore per il Padre e per l’umanità. In Cristo, Dio si è reso solidale con ogni situazione umana, rivelandoci che non siamo soli perché abbiamo un Padre che mai può dimenticare i suoi figli. «Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5): è la parola consolante di un Dio che da sempre si coinvolge nella storia del suo popolo. Nel suo Figlio amato, questa promessa di Dio – “sono con te” – arriva ad assumere tutta la nostra debolezza fino a morire della nostra morte. In Lui anche le tenebre e la morte diventano luogo di comunione con la Luce e la Vita. Nasce così una speranza, accessibile a chiunque, proprio nel luogo in cui la vita conosce l’amarezza del fallimento. Si tratta di una speranza che non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori (cfr Rm 5,5) e fa germogliare la vita nuova come la pianta cresce dal seme caduto. In questa luce ogni nuovo dramma che accade nella storia del mondo diventa anche scenario di una possibile buona notizia, dal momento che l’amore riesce sempre a trovare la strada della prossimità e a suscitare cuori capaci di commuoversi, volti capaci di non abbattersi, mani pronte a costruire.

La fiducia nel seme del regno

Per iniziare i suoi discepoli e le folle a questa mentalità evangelica e consegnare loro i giusti “occhiali” con cui accostarsi alla logica dell’amore che muore e risorge, Gesù faceva ricorso alle parabole, nelle quali il Regno di Dio è spesso paragonato al seme, che sprigiona la sua forza vitale proprio quando muore nella terra (cfr Mc 4,1-34). Ricorrere a immagini e metafore per comunicare la potenza umile del Regno non è un modo per ridurne l’importanza e l’urgenza, ma la forma misericordiosa che lascia all’ascoltatore lo “spazio” di libertà per accoglierla e riferirla anche a sé stesso. Inoltre, è la via privilegiata per esprimere l’immensa dignità del mistero pasquale, lasciando che siano le immagini – più che i concetti – a comunicare la paradossale bellezza della vita nuova in Cristo, dove le ostilità e la croce non vanificano ma realizzano la salvezza di Dio, dove la debolezza è più forte di ogni potenza umana, dove il fallimento può essere il preludio del più grande compimento di ogni cosa nell’amore. Proprio così, infatti, matura e si approfondisce la speranza del Regno di Dio: «Come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce» (Mc 4,26-27).

Il Regno di Dio è già in mezzo a noi, come un seme nascosto allo sguardo superficiale e la cui crescita avviene nel silenzio. Chi ha occhi resi limpidi dallo Spirito Santo riesce a vederlo germogliare e non si lascia rubare la gioia del Regno a causa della zizzania sempre presente.

Gli orizzonti dello Spirito

La speranza fondata sulla buona notizia che è Gesù ci fa alzare lo sguardo e ci spinge a contemplarlo nella cornice liturgica della festa dell’Ascensione. Mentre sembra che il Signore si allontani da noi, in realtà si allargano gli orizzonti della speranza. Infatti, ogni uomo e ogni donna, in Cristo, che eleva la nostra umanità fino al Cielo, può avere piena libertà di «entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne» (Eb 10,19-20). Attraverso «la forza dello Spirito Santo» possiamo essere «testimoni» e comunicatori di un’umanità nuova, redenta, «fino ai confini della terra» (cfr At 1,7-8).

La fiducia nel seme del Regno di Dio e nella logica della Pasqua non può che plasmare anche il nostro modo di comunicare. Tale fiducia che ci rende capaci di operare – nelle molteplici forme in cui la comunicazione oggi avviene – con la persuasione che è possibile scorgere e illuminare la buona notizia presente nella realtà di ogni storia e nel volto di ogni persona.

Chi, con fede, si lascia guidare dallo Spirito Santo diventa capace di discernere in ogni avvenimento ciò che accade tra Dio e l’umanità, riconoscendo come Egli stesso, nello scenario drammatico di questo mondo, stia componendo la trama di una storia di salvezza. Il filo con cui si tesse questa storia sacra è la speranza e il suo tessitore non è altri che lo Spirito Consolatore. La speranza è la più umile delle virtù, perché rimane nascosta nelle pieghe della vita, ma è simile al lievito che fa fermentare tutta la pasta. Noi la alimentiamo leggendo sempre di nuovo la Buona Notizia, quel Vangelo che è stato “ristampato” in tantissime edizioni nelle vite dei santi, uomini e donne diventati icone dell’amore di Dio. Anche oggi è lo Spirito a seminare in noi il desiderio del Regno, attraverso tanti “canali” viventi, attraverso le persone che si lasciano condurre dalla Buona Notizia in mezzo al dramma della storia, e sono come dei fari nel buio di questo mondo, che illuminano la rotta e aprono sentieri nuovi di fiducia e speranza.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2017

FRANCISCUS

 

Messaggio di Natale alla Gi.Fra di Sicilia

Carissimi fratelli pace a tutti voi a alle vostre fraternità!

Ognuno di noi ha vissuto questi giorni di preparazione al Natale in fraternità con modalità diverse e in posti diversi ma con gli occhi puntati tutti verso lo stesso luogo, quella capanna dove duemila anni fa si è compiuto il mistero dell’incarnazione, del Dio fatto uomo, dell’amore eterno in mezzo a noi. Lontani ma vicini nella preghiera, nei sogni, e nei desideri abbiamo condiviso questi giorni di preparazione al Natale nel luogo che il Signore ha pensato per noi, la fraternità! In questo tempo siamo chiamati a vivere con nuovo entusiasmo il nostro cammino, siamo chiamati ad andare oltre al fare e a ricercare l’essere, l’essenziale, il vero. È importante fermarsi e svuotarsi delle mille cose che riempiono la nostra mente per preparare il cuore. Gesù cerca casa in ogni cuore, in ogni famiglia e in ognuna delle nostre fraternità. Diceva il mistico domenicano Meister Eckhart:“Nascesse Cristo mille volte a Betlemme, se non nasce in te, tu sei irrimediabilmente perduto”. Il Signore che si fece uomo in una capanna rinnova l’invito a seguirlo, invito che ci salva, invito che ci permette di sperimentare la vera gioia. Auguriamo a tutti voi di poter vivere la solennità del santo Natale con il cuore ricolmo di pace e gioia, nell’essenzialità di quella capanna dove l’infinito si è donato a ognuno di noi!

 A nome di tutto il consiglio regionale della gioventù francescana di Sicilia buon Natale!

Per il consiglio regionale,

Luca Corallo