Discorso di Papa Francesco alle Famiglie Francescane e al Terz’Ordine Regolare

Cari Fratelli

il “Signor Papa”, come lo chiamava san Francesco, vi accoglie con gioia e in voi accoglie i fratelli francescani che vivono e lavorano in tutto il mondo. Grazie per quello che siete e per quello che fate, specialmente a favore dei più poveri e svantaggiati.

« Tutti allo stesso modo siano chiamati minori », si legge nella Regola non bollata .  Con questa espressione san Francesco non parla di qualcosa di facoltativo per i suoi fratelli, ma mani festa un elemento costitutivo della vostra vita e missione.

In effetti, nella vostra forma di vita , l’aggettivo “minore” qualifica il sostantivo “fratello”, dando al vincolo della fraternità una qualità propria e caratteristica: non è la stessa cosa dire “fratello” e dire “fratello minore”. Per questo, parlando di fraternità bisogna tenere ben presente questa caratteristica tipica francescana della relazione fraterna, che esige da voi una relazione di “fratelli minori”.

Da dove è venuta a Francesco l’ispirazione di porre la minorità come elemento essenziale della vostra fraternità?

Essendo Cristo e il Vangelo l’opzione fondamentale della sua vita, con tutta sicurezza possiamo dire che la minorità, pur non mancando di motivazioni ascetiche e sociali, nasce dalla contemplazione dell’incarnazione del Figlio di Dio e la riassume nell’immagine del farsi piccolo, come un seme. E’ la stessa logica del “farsi povero da ricco che era” (cfr 2 Cor 8,9). La logica della “spogliazione”, che Francesco attuò alla lettera quando «si spogliò, fino alla nudità, di tutti i beni terreni, per donarsi interamente a Dio e ai fratelli».

La vita di Francesco è stata segnata dall’incontro con Dio povero , presente in mezzo a noi in Gesù di Nazareth: una presenza umile e nascosta che il Poverello adora e contempla nell’Incarnazione, nella Croce e nell’Eucaristia. D’altra parte, sappiamo che una delle immagini evangeliche che più impressionò Francesco è quella della lavanda dei piedi ai discepoli nell’Ultima Cena.

La minorità francescana si presenta per voi come luogo di incontro e di comunione con Dio; come luogo di incontro e di comunione con i fratelli e con tutti gli uomini e le donne; infine, come luo go di incontro e di comunione con il creato.

La minorità è luogo di incontro con Dio

La minorità caratterizza in modo speciale la vostra relazione con Dio. Per san Francesco l’uomo non ha nulla di suo se non il proprio peccato, e vale quanto vale davanti a Dio e nulla più. Per questo la vostra relazione con Lui dev’essere quella di un bambino: umile e confidente e, come quella del pubblicano del Vangelo, consapevole del suo peccato. E attenzione all’orgoglio spirituale, all’orgoglio farisaico: è la peggio re delle mondanità.

Una caratteristica della vostra spiritualità è quella di essere una spiritualità di restituzione a Dio. Tutto il bene che c’è in noi o che noi possiamo fare è dono di Colui che per san Francesco era il Bene, «tutto il bene, il sommo be ne» 5 e tutto va restituito all’ « altissimo, onnipotente e buon Signore ». 6 Lo facciamo attraverso la lode, lo facciamo quando viviamo secondo la logica evangelica del dono, che ci porta a uscire da noi stessi per incontrare gli altri e accoglierli nella nostra vita.

 

La minorità è luogo di incontro con i fratelli e con tutti gli uomini e le donne

La minorità si vive prima di tutto nella relazione con i fratelli che il Signore ci ha donato.  Come? Evitando qualsiasi comportamento di superiorità. Questo vuol dire sradicare i giudizi facili sugli altri e il parlare male dei fratelli alle loro spalle – è nelle “Ammonizioni” questo! – ;  rigettare la tentazione di usare l’autorità per sottomettere gli altri; evitare di “far pagare” i favori che facciamo agli altri mentre quelli degli altri a noi li consideriamo dovuti; allontanare da noi l’ira e il turbamento per il peccato del fratello.

Si vive la minorità come espressione della povertà che avete professato,  quando si coltiva uno spirito di non appropriazione nelle relazioni; quando si valorizza il positivo che c’è nell’altro, come dono che viene dal Signore; quando, specialmente i Ministri, esercitano il servizio dell’autorità con misericordia, come esprime magnificamente la Lettera a un Ministro , la migliore spiegazione che ci offre Francesco di ciò che significa essere minore rispetto ai fratelli che gli sono stati affidati. Senza misericordia non c’è né fraternità né minorità.

La necessità di esprimere la vostra fraternità in Cristo fa sì che le vostre relazioni interpersonali seguano il dinamismo della carità, per cui, mentre la giustizia vi porterà a riconoscere i diritti di ciascuno, la carità trascende questi diritti e vi chiama alla comunione fraterna; perché non sono i diritti che voi amate, ma i fratelli, che dovete accogliere con rispetto, comprensione e misericordia. I fratelli sono l’importante, non le strutture.

La minorità va anche vissuta in relazione a tutti gli uomini e le donne con cui vi incontrate nel vostro andare per il mondo , evitando con la massima cura ogni atteggiamento di superiorità che vi possa allontanare dagli altri. San Francesco esprime chiaramente questa istanza nei due capitoli della Regola non bollata dove mette in rapporto la scelta di non appropriarsi di nulla (vivere s ine proprio ) con l’accoglienza benevola di ogni persona fino alla condivisione della vita con i più disprezzati, con quelli che sono considerati veramente i minori dalla società: «Si guardino i frati, ovunque saranno […], di non appropriarsi di alcun luogo e di non contenderlo ad alcuno. E chiunque verrà da loro, amico o avversario, ladro o brigante, sia ricevuto con bontà».  E anche: «E devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi, e tra i mendicanti lungo la strada».

Le parole di Francesco spingono a chiedersi come fraternità: Dove stiamo? Con chi stiamo? Con chi siamo in relazione? Chi sono i nostri preferiti? E, dato che la minorità interpella non solo la fraternità ma ciascuno dei suoi componenti, è opportuno che ognuno faccia l’esame di coscienza sul proprio stile di vita; sulle spese, sul vestire, su quello che considera necessario ; sulla propria dedizione agli altri, sul fuggire dallo spirito di curare troppo se stessi, anche la propria fraternità .

E, per favore, quando fate qualche attività per i “più piccoli”, gli esclusi e gli ultimi, non fatelo mai da un piedistallo di superiorità. Pensate piuttosto che tutto quello che fate per loro è un modo di restituire ciò che gratuitamente avete ricevuto. Come ammonisce Francesco nella Lettera a tutto l’Ordine : «Nulla di voi trattenete per voi». Fate uno spazio accogliente e disponibile perché entrino nella vostra vita tutti i minori del v ostro tempo: gli emarginati, uomini e donne che vivono per le nostre strade, nei parchi o nelle stazioni; le migliaia di disoccupati, giovani e adulti; tanti malati che non hanno accesso a cure adeguate; tanti anziani abbandonati; le donne maltrattate; i migra n ti che cercano una vita degna; tutti quelli che vivono nelle periferie esistenziali, privati di dignità e anche della luce del Vangelo.

Aprite i vostri cuori e abbracciate i lebbrosi del nostro tempo, e, dopo aver preso coscienza della misericordia che il Signore vi ha usato,  usate con essi misericordia, come la usò il vostro padre san Francesco;  e, come lui, imparate a essere «infermo con gli infermi, afflitto con gli afflitti».

Tutto questo, lungi dall’essere un sentimento vago, indica una relazione tra persone così profonda che, trasformando il vostro cuore, vi porterà a condividere la loro stessa sorte.

 

La minorità luogo di incontro con il creato

Per il Santo di Assisi, il c reato era « come uno splendido libro nel quale Dio ci parla e ci trasmette qualcosa della sua bellezza ». 18 La creazione è «come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia».

Oggi – lo sappiamo – questa sorella e madre si ribella perché si sente maltrattata. Davanti al deteriorarsi globale dell’ambiente, vi chiedo che come figli del Poverello entriate in dialogo con tutto il creato, prestandogli la vostra voce per lodare il Creatore, e, come faceva san Francesco, abbiate per esso una particolare cura, superando qualunque calcolo economico o romanticismo irrazionale. Collaborate con varie iniziative alla cura della casa comune, ricordando sempre la stretta relazione che c’è tra i poveri e la fragilità del pianeta, tra economia, sviluppo, cura del creato e opzione per i poveri.

Cari fratelli, vi rinnovo la richiesta di san Francesco: E siano minori . Dio custodisca e faccia crescere la vostra minorità.

Su tutti voi invoco la benedizione del Signore. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Grazie!

Lettera del Papa in preparazione al Sinodo dei Giovani 2018

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI GIOVANI IN OCCASIONE DELLA PRESENTAZIONE DEL DOCUMENTO PREPARATORIO
DELLA XV ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI

 

Carissimi giovani,

sono lieto di annunciarvi che nell’ottobre 2018 si celebrerà il Sinodo dei Vescovi sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale». Ho voluto che foste voi al centro dell’attenzione perché vi porto nel cuore. Proprio oggi viene presentato il Documento Preparatorio, che affido anche a voi come “bussola” lungo questo cammino.

Mi vengono in mente le parole che Dio rivolse ad Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). Queste parole sono oggi indirizzate anche a voi: sono parole di un Padre che vi invita a “uscire” per lanciarvi verso un futuro non conosciuto ma portatore di sicure realizzazioni, incontro al quale Egli stesso vi accompagna. Vi invito ad ascoltare la voce di Dio che risuona nei vostri cuori attraverso il soffio dello Spirito Santo.

Quando Dio disse ad Abramo «Vattene», che cosa voleva dirgli? Non certamente di fuggire dai suoi o dal mondo. Il suo fu un forte invito, una vocazione, affinché lasciasse tutto e andasse verso una terra nuova. Qual è per noi oggi questa terra nuova, se non una società più giusta e fraterna che voi desiderate profondamente e che volete costruire fino alle periferie del mondo?

Ma oggi, purtroppo, il «Vattene» assume anche un significato diverso. Quello della prevaricazione, dell’ingiustizia e della guerra. Molti giovani sono sottoposti al ricatto della violenza e costretti a fuggire dal loro paese natale. Il loro grido sale a Dio, come quello di Israele schiavo dell’oppressione del Faraone (cfr Es 2,23).

Desidero anche ricordarvi le parole che Gesù disse un giorno ai discepoli che gli chiedevano: «Rabbì […], dove dimori?». Egli rispose: «Venite e vedrete» (Gv 1,38-39). Anche a voi Gesù rivolge il suo sguardo e vi invita ad andare presso di lui. Carissimi giovani, avete incontrato questo sguardo? Avete udito questa voce? Avete sentito quest’impulso a mettervi in cammino? Sono sicuro che, sebbene il frastuono e lo stordimento sembrino regnare nel mondo, questa chiamata continua a risuonare nel vostro animo per aprirlo alla gioia piena. Ciò sarà possibile nella misura in cui, anche attraverso l’accompagnamento di guide esperte, saprete intraprendere un itinerario di discernimento per scoprire il progetto di Dio sulla vostra vita. Pure quando il vostro cammino è segnato dalla precarietà e dalla caduta, Dio ricco di misericordia tende la sua mano per rialzarvi.

A Cracovia, in apertura dell’ultima Giornata Mondiale della Gioventù, vi ho chiesto più volte: «Le cose si possono cambiare?». E voi avete gridato insieme un fragoroso «Sì». Quel grido nasce dal vostro cuore giovane che non sopporta l’ingiustizia e non può piegarsi alla cultura dello scarto, né cedere alla globalizzazione dell’indifferenza. Ascoltate quel grido che sale dal vostro intimo! Anche quando avvertite, come il profeta Geremia, l’inesperienza della vostra giovane età, Dio vi incoraggia ad andare dove Egli vi invia: «Non aver paura […] perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,8).

Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi, alla vostra voglia di cambiamento e alla vostra generosità. Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori. San Benedetto raccomandava agli abati di consultare anche i giovani prima di ogni scelta importante, perché «spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore» (Regola di San Benedetto III, 3).

Così, anche attraverso il cammino di questo Sinodo, io e i miei fratelli Vescovi vogliamo diventare ancor più «collaboratori della vostra gioia» (2 Cor 1,24). Vi affido a Maria di Nazareth, una giovane come voi a cui Dio ha rivolto il Suo sguardo amorevole, perché vi prenda per mano e vi guidi alla gioia di un «Eccomi» pieno e generoso (cfr Lc 1,38).

Con paterno affetto,

FRANCESCO

Dal Vaticano, 13 gennaio 2017